Aero Club VO.LI - Aeromodellistico
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TROFEO FRANCESCO MULA 2014 - Cat. F1E

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IL TRADIZIONALE PRANZO F1E e non solo...

CAMPIONATO ITALIANO 2013 Cat. F1E

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LE WORLD CUP F1E dei MONTI LESSINI 2013

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IL TROFEO TINO COSMA 2012 - Classifiche finali

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BAU' Eligio si laurea CAMPIONE ITALIANO 2012

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32^ COPPA SISEMOL - 3^ Prova di C.I. 2012

16^ TROFEO CANSIGLIO - Cat. F1E

WORLD CUP 2012 - 2^ VOLARE LESSINI E 7^ COPPA PRIMAVERA

PARTECIPAZIONI INTERNAZIONALI DI PRIMAVERA 2012

TROFEO TINO COSMA - Risultati generali

CALENDARIO SPORTIVO CAT. F1E

LA STAGIONE 2011 DELL'F1E - Relazione del Caposquadra e Classifiche Finali campionato Italiano 2011.

Amedeo BERTO - Campione Italiano F1E 2011 - Monte Sisemol, Gallio - 2 Ottobre 2011

7^ Poitou Charentes e 2011 Poitou Moncontur - 24-25 Settembre 2011- World Cup F1E

FAI WORLD CHAMPIONSHIP 2012 - Class F1E - Senior e Junior

TROFEO TINO COSMA - Categoria F1E

MARTIN (Slovacchia) - World Cup 2011 cat. F1E

15^ PIAN CANSIGLIO - Terza di Campionato Italiano F1E 2011

31^ COPPA SISEMOL - World Cup 2011 Cat. F1E - Risultati

COPPA LESSINI 2011 - Campionato Italiano Cat. F1E - Cronaca e risultati

6^ Coppa Primavera - World Cup 2011 cat. F1E - Risultati e Cronaca

WC 2011 - RANA SPRING 1 e RANA SPRING 2 - Cronaca

WC 2011 cat. F1E - OBERKOTZAU - Cronaca

UN SUCCESSO AL FEMMINILE NELLA CAT. F1E

Calendario F1E - 2011

A Cansiglio, Claudio Bognolo e' campione italiano 2010

3^ Trofeo Francesco Mula 2010 - VOLTERRA

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W.C. 2010 cat. F1E sul Monte Sisemol

ORDINARIE STORIE DI F1E

ORDINARIE STORIE DI F1E

PERCHE' F1E
cronaca di un giorno non qualunque

La sensazione che percepisco, lontana, indefinita e ovattata, è quella di un gran fastidio. Un fastidio interiore, che nasce dal profondo e provoca un effetto angosciante. Quando ne realizzo la fonte mi accorgo che è la soneria della sveglia, e che ero avvolto da un sonno profondo e beato fra coperte avviluppanti. Sono le cinque e tre quarti di mattina e da un quarto d’ora la soneria mi sta trapanando il cervello. E’ una domenica di una primavera in ritardo. E’ il giorno della gara.
Il primo istinto è quello di girarmi dall’altra parte e riprendere a cullarmi con i sogni interrotti (che sicuramente erano dolcissimi e rilassanti). Anche perché ieri sera ho fatto le due per finire il modello. Non che non fosse finito anche prima, ma come al solito ho sempre rinviato alcuni lavoretti compreso quel “breefing” finale indispensabile prima di ogni corretta uscita di gara. Poi appena presa in mano “la creatura”, ecco che si trovano i difetti, e siccome sono tutte cosette da dieci minuti di lavoro al massimo, sommandone una all’altra si è fatto tardi. Tardissimo. E nella mia serata di ore piccole in laboratorio ho trascinato anche M. Di più: se non ci fosse stato lui non avrei mai finito in tempo. Ma ora sono già le cinque e tre quarti. Anzi le sei meno cinque. E’ tardissimo e ancora qualcosa c’è da fare.
Facendo violenza a me stesso mi rovescio fuori dal letto. Mi conosco troppo bene, e so che se non mi alzo subito mi riaddormento e allora addio gara. Su M. non conto, non è possibile fare affidamento su chi per abitudine si alza dopo le dieci (solo di domenica s’intende). Infatti quando lo chiamo è nella fase di sonno più beato e intenso che offra la notte. A chiamarlo mi sento una bestia, ma lo faccio. Lui manda un ruggito, quindi controlla l’orologio e si fionda verso il bagno.
Scendo in laboratorio e preparo la cassetta attrezzi, carico in automobile i modelli e una borsa con i ricambi in caso di pioggia. Poi vado in cucina. E’ troppo tardi per preparare il the caldo, quindi borracce e bottiglie d’acqua e qualcosuccia trovata rovistando in frigorifero. La volta scorsa eravamo organizzatissimi con panini, the caldo e freddo, bibite e biscotti. In gara non ci hanno dato respiro. Non una sosta e poi tutti al ristorante prima della premiazione. Tranne noi, che soli soletti abbiamo mangiato i panini in macchina. Scomodi e al buio.
La strada per arrivare è piena di curve affrontate in piena velocità. Velocità relativa ad una FIAT 126 (la macchina della mamma), cosa che in salita non è significativa, ma in discesa diventa una corsa da brivido. Arriviamo che mancano solo 10 minuti all’inizio, trafelati con M. sconvolto dal mal di mare. Fa un freddo pungente accompagnato da un vento maligno. Il prato è fradicio di rugiada o forse di qualche pioggia notturna, il sole si intravede dietro una foschia raggelante. Ho le mani gonfie dal freddo e non riesco a fare la messa a punto che con difficoltà. Mi riprende più forte che mai l’interrogativo di stamani: ma chi me lo fa fare? E se rinunciassi? Ma già vedo le facce degli scettici a ridere sotto i baffi per la mia defezione. Mi infilo gli stivali di gomma e mi accingo a lanciare per una prova. Il modello va benino, ma non ho altro tempo per provare. E neppure per pensare.
E’ già aperto il primo lancio e sono sul punto di partenza col modello in mano dal rientro del recupero di prova, sudato ed eccitato, impaurito e superagitato. Accade sempre al primo lancio, soprattutto all’inizio della stagione e c’è sempre quel desiderio neanche tanto inconscio di non partecipare neppure.
Mentre le partenze si susseguono vedo approssimarsi il campione italiano uscente e decido che lo seguirò. E’ un’ottima garanzia di riuscita. E in effetti lui lancia perfettamente controvento direzionando leggermente sulla sinistra. Dopo pochi secondi parto anch’io. Ma il mio modello parte sparato a destra perché l’ho direzionato male. Mi lancio in un inseguimento folle, attraversando prati e vallette, scavalcando fili spinati con un balzo solo (all’epoca potevo). Ho l’ansia di perderlo alla vista. Ogni qualvolta il modello perde un po' di quota mi sento il cuore in gola. Faccio tutti gli scongiuri che mi passano per la testa perché salga, faccia quota.
Guardo l’orologio quando mi sembra passata un’eternità. In realtà è passato da poco un minuto. Ne mancano un’infinità alla fine, e faccio una stima di quanto potrebbe fare ancora in volo se si infilasse ora in una discendenza. E’ difficilissimo controllare il cronometro in corsa, eppure continuo a guardarlo. A quattro minuti io sono sceso a valle ma il modello pur essendo molto davanti a me ha ancora una bella quota. Comincio ad esultare perché anche in caso di cattivissime condizioni il tempo cronometrato è ottimo. Dopo cinque minuti di corsa il modello è ancora in quota ed io non ho più fiato per continuare. Prima ancora di esultare mi blocco improvvisamente assalito da un dubbio angosciante: l’autoscatto! L’ho acceso oppure no? Mi tremano un po' le gambe a pensare che il mio modellino cui ho tanto lavorato e cui sono tanto affezionato se ne possa andare così. Non so a che santo votarmi e malgrado mi sforzi, non riesco a ricordarmi se ho azionato o no la levetta di quel malefico strumento a molla che fa scattare l’antitermica.
Continuo a guardare il cronometro. Cinque minuti e venti. Non succede niente. Cinque e venticinque, ed il modello è là che vola stupendamente con una quota favolosa e sempre più lontano. Faccio fatica anche a vederlo da tanto è distante, e mi rendo conto che ho il cannocchiale a tracolla e che mi ha dato anche parecchio fastidio durante la corsa sbattendo qua e là. Ma non posso perdere dalla vista l’aereo neppure un istante perché le operazioni di sfilarle il cannocchiale dalla fodera, togliere i tappi, inquadrare il modello, sono talmente lunghe e complicate che finirei per perderlo di vista.
Cinque e trenta. Il dubbio mi rode e la speranza si affievolisce. Improvvisamente il modello si impenna e comincia la sua dolce discesa. Tiro un sospiro liberatorio e mi incammino verso il punto di probabile approdo; dolcemente perché ho accumulato non so quanta adrenalina. Maledico la mia paura di tarare l’autoscatto esattamente sui cinque minuti. Ma di cosa ho paura? Se voglio un margine di sicurezza dieci secondi sono già un’enormità. L’aereo scompare dietro dei collinoni e mi rendo conto che non ho preso neppure un traguardo direzionale. Mi volto e cerco di farmene uno. Poi riparto con l’ansia di non ritrovarlo che mi assale tutte le volte che non lo vedo atterrare e penso che non farò più gare per non patire questi stress. Affretto il passo e supero la collina. Ma dopo ce n’è un’altra. La supero quasi correndo ed ecco là davanti il giallo e rosso fluorescente inconfondibile.
Ora che il modello è a vista mi avvicino con malcelata soddisfazione per il volo appena fatto. Quando mi incammino per il ritorno faccio alcune considerazioni. Prima: in cinque minuti un modello può fare kilometri; vedo il punto di lancio in distanza tale da chiedermi in quanto tempo lo raggiungerò. Poi penso a M. che ho abbandonato a se stesso nel momento in cui ho lanciato. Ora ho perso la cognizione del tempo. Quanto è passato da quando ho lasciato il punto di lancio? Mezz’ora? Un’ora? Dieci minuti? Sono immerso in una meravigliosa solitudine. Mi accorgo che attorno a me c’è il silenzio e la tranquillità della montagna che si avverte solo nelle località turistiche fuori stagione. I rumori delle automobili sono radi e distanti, e la gente del pendio è un brulichio in cima al collinone che ricorda quei formicai fatti di aghi con alla sommità un certo movimento. Di tanto in tanto qualche aereo si stacca da lassù, e in lontananza davanti a me distinguo delle persone che risalgono con un modello in mano. Nei campi coltivati dei gruppi di persone lavorano, nei prati verdissimi spiccano i fiori gialli di “denti di cane” e le margherite. Chi “sfalcia”, chi prepara i reticolati in previsione di portare il bestiame. C’è il tempo di filosofare, e mi impongo di non forzare troppo il passo altrimenti mi stronco.
Appena giungo sul punto di partenza si chiude il primo e si apre il secondo lancio. Sono piuttosto affannato, e chiedo notizie di M. Ma non faccio in tempo ad averne che sento il mio punto di riferimento (all’epoca era uno dei miei idoli), dire a qualcuno che il momento è ottimo e che lui rilancia. Non perdo tempo. Controllo i traguardi del profondità, verifico il magnete, carico l’autoscatto e prenoto un cronometrista. Appena fatte queste operazioni, realizzo che lui è già in volo con la stessa direzione un po' a sinistra di prima e la stessa ottima partenza. E allora via anch’io. Con la stessa cretinata di prima, col modello che parte sparato sulla destra. E allora, stessa volata di prima, con la stessa ansia che il modello scompaia alla vista.
La dinamica è anche migliore del lancio precedente, e subito c’è una grande ascensione. C’è anche un pallido solicello per cui ci sono termiche diffuse. Sono un po' più tranquillo ma continuo a guardare l’orologio. Ai quattro minuti ho già la certezza di un secondo “pieno” e sono raggiante. Ma dopo i cinque minuti ancora l’atroce dubbio: l’autoscatto. Maledizione, ma perché non ho fatto attenzione se nel caricarlo l’ho anche avviato. Ai cinque e trenta mi sto maledicendo, ma l’impennata liberatoria c’è anche stavolta. Non posso continuare con questo stress, devo fare qualcosa. Tanto per cominciare potrei lasciare alla base il cannocchiale che anche stavolta mi sono portato appresso e poi ho dimenticato di usare. Fra l’altro è estremamente ingombrante.
Il recupero mi da le stesse sensazioni di prima, con in aggiunta la maggiore gioia di due bei lanci anziché uno. In questo momento adoro le gare di aeromodellismo. Ma la strada è altrettanto lunga che in precedenza, e sono anche un po’ stanco per le corse.
Arrivo sul pendio allo scadere del secondo lancio. Di nuovo incrocio il mio idolo che sta predisponendosi alla partenza. Ho un’esitazione dovuta alla stanchezza, ma la gara ed il risultato passano sopra a tutto. Poi da sopra è tutto più facile. I brutti pensieri vengono quando si è in fondo. Parte lui e parto anch’io. Ancora a destra ma ancora una bella dinamica che mi manda in quota. Poi però la planata è tutta in assenza di ascendenze. Stavolta l’inseguimento si ferma dopo quattro minuti, sia perché non ce la faccio più a correre, sia perché ho paura che il modello scollini per cui non vedrei dove atterra. Sono in tensione perché il volo è bassissimo e stringo i denti anche se so che non serve a niente. Mentre soffro in silenzio mi attraversa un pensiero: stavolta anche se ho dimenticato l’autoscatto non succede niente. Magra consolazione. L’ultimo minuto sembra un quarto d’ora. Ma il pieno è fatto ed il modello arriva anche ad andare in antitermica a due metri da terra. Si spaccano entrambi i doppi diedri per il contraccolpo sul terreno. Spero di fare una buona riparazione e di non incollarli storti.
Quando arrivo al punto di lancio è l’una e un quarto. Non sento più le gambe, ho le cosce completamente indurite dalla fatica. C’è una pausa dall’una all’una e mezzo. C’è anche M. e la prima cosa che facciamo è chiederci come va la gara. Lui ha sbagliato il primo lancio ma non di molto. Poi constatiamo che anche stavolta ci siamo fatti fregare. Non abbiamo praticamente niente da mangiare e c’è la pausa per il pranzo. Il sole non si vede più da parecchio, siamo sudatissimi fa un freddo da battere i denti e comincia a piovere. Sono stanchissimo anche mentalmente. Non vado neppure a cercarmi una giacca a vento e mi dimentico che gli stivali di gomma mi stanno facendo venire le vesciche.
Apre il quarto lancio ed ho mangiato un’arancia, un pezzo di pane e bevuto dell’acqua gelata. Il poco tempo che avevo l’ho passato ad incollare i diedri rotti. Ma la gara incombe e sta piovendo a dirotto. Nessuno osa lanciare per un quarto d’ora. Siccome la pioggia non intende cessare, qualcuno cede. Cioè lancia ottenendo voli disastrosi. Continuo a saltare da un posto all’altro col modello in mano. Ho freddo ma non voglio perdere di vista il pendio per paura di vedermi scappare l’unico momento di “buona” del pomeriggio.
Ma non c’è niente e infine a dieci minuti dalla fine, quando si sta alzando un vento a raffiche di traverso, lancio alla disperata e via a correre. Non faccio nulla di buono e dopo due minuti e quaranta il modello sbatte su di un reticolato, si squarcia e sono più lontano di prima dal punto di lancio. La poesia dei primi recuperi è un ricordo. Non ho fatto il “pieno”, sono distrutto fisicamente e manca solo un’ora alla chiusura dell’ultimo lancio che vedo come un miraggio, come la parola fine ad una giornata di sofferenza assurda. Penso a quale posizione avrò in classifica, a quanta gente mi sarà passata davanti, a chi me lo ha fatto fare. Poi mi immergo in pensieri assai differenti da quelli di stamani. Lo studio, il lavoro, i rapporti umani non sempre facili. Sono costretto a fermarmi perché non riesco più a salire. Sono fradicio, ho le vesciche ai piedi, non riesco più a stendere le gambe per la fatica. Riparto con quel briciolo di volontà che mi è rimasta. L’unica consolazione è pensare che il prossimo recupero potrò farlo con molta calma.
Arrivato di sopra ho solo il tempo di stimare a spanne quanto sono scivolato in basso nella classifica, poi bisogna rilanciare perché manca pochissimo alla fine della gara. Riparo alla bell’e meglio con scotch e cerotti. Le condizioni del vento sono radicalmente cambiate, la pioggia no. Sono l’ultimo a lanciare, stavolta si derapa tutto a sinistra. Troppo. In rotta di collisione c’è un bosco che mi aspetta con aria lugubre. Sono costretto a correre per avere un traguardo di riferimento sicuro. Sarà la discesa o la forza della disperazione, ma riesco ancora a correre. Non ho neppure azionato lo start del cronometro, quindi quando lo vedo incastrarsi sulla cima dell’albero più alto di tutto l’Altopiano non ho neppure idea di quanto sia rimasto in volo. Con calma raggiungo l’albero per vedere se è scalabile. E’ un abete secolare fittissimo e pieno di rami e rametti secchi. Non sarà facile ma si deve fare. Quando sono in cima ho il viso graffiato e la camicia completamente sfilata. Lo prendo per un’estremità e lo sposto verso una radura nella quale lo lascio cadere di piatto cercando l’effetto antitermica. Ma l’operazione riesce fino ad un certo punto. Il modello scivola dolcemente ma inesorabilmente su un altro abete. Avrò perso si e no tre metri di quota. Mentre scendo calcolo che se mi sono arrampicato dodici metri e buttando in basso il modello ne perdo tre alla volta, con quattro scalate e in due ore ne sono fuori. Ma per fortuna la faccenda si risolve prima. Il rientro è caratterizzato da una sorta di rassegnazione mista a tranquillità dovuta alla chiusura della competizione. Sono di nuovo in pace con il mondo perché ho il mio modellino in mano, e non mi disturba più neppure la pioggia.
Quando finalmente raggiungo il punto di lancio è già l’imbrunire, sono tutti andati via e M. ancora non si vede. Sono fradicio. Ho il tempo di cambiarmi ma soprattutto togliermi gli stivali di gomma. Ripongo tutto in macchina facendo più viaggi e poi prendo il cannocchiale che finalmente uso. Per cercare M. Passa del tempo prima di vederlo sbucare dal bosco col modello in mano. Quando arriva alla macchina è praticamente buio. Ma arriviamo ad assistere alla coda della premiazione, nella quale sono premiati i primi cinque e sono arrivato sesto con un bel recupero grazie all’ultimo lancio. Non ho neppure la soddisfazione di un trofeo.
Il ritorno a mani vuote inizia con i racconti ed i bilanci. M. ha scalato un’infinità di alberi, è arrivato dopo di me ma si è preso qualche soddisfazione agli ultimi lanci. Dopo un’ora nessuno più parla e la strada è ancora lunga. Ed ecco ritornare la domanda che mi ha perseguitato fin da ieri: perché faccio tutto questo? C’è forse qualcuno che mi obbliga? Non potrei stare a casa in poltrona e ciabatte a guardare il gran premio di F1 e poi 90° minuto? Ma l’F1E (solo chi lo pratica lo sà) è poesia pura. Adesso a queste domande contrappongo una sensazione fortissima che mi impone di rifare tutto il prima possibile, di essere già in attesa della prossima gara. L’ansia, la fatica, gli errori fanno parte del gioco delle competizioni dell’aeromodellismo, e se dovessi rifare tutto lo rifarei anche domani. Perché? Perché tutto questo è bellissimo.

PERCHE' ANCORA F1E ?
Cronaca di una stagione di gare e di follia

Quanti anni sono passati dalla prima gara di F1E? Tanti, una decina, forse più. Nel frattempo si è compiuta la mia evoluzione aeromodellistica. I miei modelli sono sì invecchiati, ma sono molto temibili perché affidabili e robusti. E queste sono anche le doti per un buon pendiista: affidabilità e solidità, dei modelli come di sé stessi. Alle gare giungo con uno spirito assai diverso di una volta. Non c’è più il fascino dell’avventura, la spensieratezza della giovinezza, il coraggio dell’incoscienza; ora ho più sicurezze (anche nel rapporto con l’autoscatto). Basta con l’improvvisazione: tutto è programmato in anticipo e si parte bene equipaggiati. Solo a caricare la macchina ci vogliono due ore. Da qualche tempo sono autonomo anche nel centraggio e non conto quasi più sull’aiuto del mio maestro di pendio. Una preziosa presenza la sua; i centraggi che lui consiglia sono perfetti, e non mancavo mai di interrogarlo durante le prove.
La prima gara della stagione si svolge su di un pendio tradizionalmente piovoso. Essendo la prima gara della stagione non è facile superare quell’emozione che mi coglie nei giorni precedenti, immutata fin dalla prima gara intrapresa. La notte del sabato la passo in albergo, sul posto. Fa parte dell’organizzazione della maturità; così la mattina sono più riposato e fresco senza il viaggio di avvicinamento. In realtà dormo poco; un po’ l’emozione, un po’ la sera con gli amici aeromodellisti ci si perde in racconti epici di gare passate fino alle ore piccole, magari conditi con qualche bicchierino di carburante. Io, che ancora sono considerato un “giovane”, più che altro ascolto i racconti dei “veci” che hanno un repertorio sterminato, anche se oramai lo sto sentendo per la quarta volta. Li lascio parlare, ma in cuor mio mi riprometto di dargli una batosta (sportiva) all’indomani.
L’indomani però è una giornata di tempo orrendo. Il primo ostacolo è rappresentato dalla discussione che si accende a colazione: andare o no sul pendio? Ci sono due schieramenti contrapposti. Chi propende per indurre un senso di colpa ai poveri organizzatori, rei di aver programmato questa gara in una giornata del genere. D’altra parte chi viene da più lontano e non ha voglia di ripetere il viaggio, insiste per fare la gara ad ogni costo, anche sotto il diluvio. In questo solitamente sono appoggiati dai giovani, che sognano la “gara epica”, ove trionfi il disfacimento del corpo e dell’anima (e del modello). Vince il partito del compromesso: si va alla partenza e poi si vede il da farsi. Piove, fa freddo, e una foschia raggelante penetra ovunque. A poco servono piumini e imbottite. Fa freddo e basta. Siamo tutti nelle macchine ad aspettare l’evolversi della situazione. Poi si forma un capannello di gente sotto lo scheletro del cantiere di un edificio in costruzione abbandonato da anni. Un posto da incubo, umido, pieno di muffa, acqua che cola da tutte le parti e fango. C’è pure un cane morto in un angolo.
Si aspetta. Tutti scalpitano infreddoliti. Qualcuno racconta orrende barzellette che ovviamente nessuno apprezza. Poi basta una parvenza di miglioramento, e gli organizzatori, per nulla intenzionati a ripetere il lavoro fatto ad allestire la gara, decretano l’apertura dei lanci di lì ad una mezz’ora. Inizia un lavoro affannato per trasferire tutto il materiale della mia organizzazione dall’automobile al punto di lancio, poi montare la tenda (sotto la pioggia è una vera delizia), dispiegare i teloni per i modelli, infine portare i cassoni e gli arnesi. Intanto non accenna a diminuire la pioggia, il vento è a raffiche, e ho le mani gonfie e rosse dal freddo.
Si apre la gara che ancora non ho finito il lavoro di preparazione. Beati i tempi quando arrivavo con un solo modello in mano. Lancio fra i primi nonostante tutto, tanto qui non c’è da aspettare nessuna termica. Bisogna sperare di non perderlo di vista nella foschia. Per sicurezza parto di corsa anch’io, cosa che ora faccio raramente, in quanto preferisco aspettare la fine del volo dall’alto e poi fare un comodo recupero in automobile. Ma dopo un paio di minuti il modello è lontano e sparisce dalla vista inghiottito da un muro d’acqua allucinante. Ho preso la direzione su di una bussola, per cui il modello lo ritrovo camminando sempre nella stessa direzione. Via radio M. mi comunica il tempo ottenuto.
Non faccio a tempo a raccogliere il modello che inizia a grandinare. Con una volata mi riparo sotto una tettoia abbracciato a proteggere le mie povere ali e aspetto. Mezz’ora. Non si vede più lontano di un paio di metri. Un’ora. Mi sento solo in mezzo all’Oceano; intorno a me il nulla, solo il rumore assordante della grandine che cade e il bianco del muro di ghiaccio impenetrabile dalla vista. Nemmeno la radio risponde più. Forse la mia svizzera organizzazione non ha previsto di cambiate le pile? Sono fradicio nonostante le tele cerate gli stivali e quant’altro occorre in questi frangenti. Ma non accadeva la stessa cosa quando arrivavo alle gare solo con una maglietta addosso? Finalmente la grandine smette lentamente. Non la pioggia però che rimane intensa. Ma è come se la vita riprendesse intorno a me. Tutto il paesaggio riprende i suoi contorni abituali, prende colore, forma, si anima. A dieci metri di distanza c’era un altro riparo con due aeromodellisti in attesa. Non ci eravamo neppure visti e sentiti eppure eravamo di fronte. Affrontiamo insieme il pendio per riguadagnare il punto di lancio. Quando arriviamo la tenda non c’è più, e neppure la gara. E’ stata annullata e rinviata di due settimane. Sono fradicio. M. non ha neppure tolto i modelli dal cassone, beato lui. Ma per fortuna ho tutto l’occorrente per cambiarmi: l’esperienza in questo è servita.
Si torna a casa, ma non è tutto così semplice. La maturità comporta benefici e costi non indifferenti. Mogli e fidanzate in questi frangenti si annoiano, si arrabbiano e normalmente piantano una grana ciclopica. La discussione può durare delle ore ma anche dei giorni. Ha nulla vale mostrare che ci si è comunque divertiti, che se ne aveva proprio bisogno di questo relax, che con gli amici si va d’accordo e ci si diverte. Provate ad immaginare chi deve stare per ore chiuso in macchina al freddo, o magari sotto una tettoia squallida in compagnia di un cane morto. D’abitudine si deve cedere molto, moltissimo. Mai però si prometterà che non ci sarà una prossima volta, altrimenti è la fine dell’aeromodellismo. Grazie a questo inconveniente l’aeromodellismo diventa tabù per due settimane.
Ma dopo due settimane il pendio è completamente diverso. E’ maggio, e dall’inverno siamo passati ad un’estate piena. Sole, caldo ed un prato non certo “a pascolo”. L’erba infatti mi arriva a metà coscia. Si fa una fatica tremenda a scendere come a salire. Ma siamo ovviamente organizzatissimi: automobili, radiotrasmittenti, lavoro collettivo, mogli e fidanzate rincuorate e scatenate sui pendii a badare a figli e modelli (dopo aver promesso anche la Luna). C’è il gruppo al completo, molto motivato ed affiatato. Ognuno ha il suo compito, a partire dalla preparazione dei panini in giù. Sembra di poter impostare una gara tattica grazie all’organizzazione ed al bel tempo. Finisce che tutta l’organizzazione si sbriciola davanti alla prima avversità, cioè l’erba troppo alta. La fatica convince dopo un solo recupero tutti quanti a starsene a prendere la tintarella con un: “arrangiati! Io in queste condizioni non faccio nulla!”. Alla fine ho la gambe che sembrano due pezzi di marmo. Non riesco neppure a risalire per l’ultimo recupero. Nessuno ha pietà di me, così impiego un tempo biblico a risalire. Poi c’è da riporre tutto. Belle le gare quando si è organizzati!
Le gare, e chi le frequenta lo sa bene, si dividono essenzialmente in tre tipi: tecniche, tattiche e muscolari. Vi sono anche le non-gare, ovvero quelle giornate nelle quali tutto quello che prima o poi non funzionerà, non funziona (legge di Murphy). Ma per fortuna sono solo episodi isolati anche se tutti lo hanno dovuto subire prima o poi in carriera. Sono le giornate che nessuno mai riuscirà a predire, e che per tutta la vita ci si chiede perché non si è rimasti a letto.
- Le gare tecniche si caratterizzano per la marcata differenza, fra un lancio e l’altro, delle condizioni atmosferiche. Ciò richiede una grande concentrazione. Guai non tenere conto della variazione del vento. Guai non avere una perfetta virata a bordo. Guai a lanciare un minuto prima o dopo l’attimo fuggente. Le gare tecniche si svolgono per lo più su pendii corti ma estremamente insidiosi. La termica è la regina delle gare tecniche, e la termica quando se ne va, lascia spazio a delle discendenze simili a buchi neri nei quali il modello viene inesorabilmente ingoiato. Durante queste gare il tempo passato sul punto di lancio è assai più lungo di quello al recupero, ma viene interamente impiegato nello scrutare il pendio e il volo degli avversari. Ogni piccola indicazione è preziosa, come preziose sono le rondini (quando ci sono) che indicano la presenza di qualche bolla d’aria ascensionale. Il tempo trascorre col binocolo in mano a cercare segnali, facendo finta, quando se ne trova uno, di custodire chissà quale segreto per non rivelarlo agli avversari. In queste gare il modello raffinato ha grande importanza.
- Le gare tattiche sono riservate a chi è convinto di non essere il migliore. E sono in pochi. In cuor loro tutti riconoscono sempre gli errori... degli altri. Essenza della gara tattica: bisogna anzitutto individuare tra gli avversari, il potenziale vincitore. E poi non si fa altro che lanciare quando lancia lui, nella stessa direzione e con la stessa impostazione a bordo. Apparentemente è molto semplice, ma c’è un problema non trascurabile. Se questi fa fiasco, lo si fa in due. Non è possibile fare una gara tattica puntando su due avversari. E’ dimostrato che si sommano sempre gli errori di entrambi e mai le prodezze. Non si punta alla vittoria impostando così la gara, ed un modello robusto e affidabile è sufficiente ad ottenere un buon risultato.
- Infine c’è la gara muscolare. Il temine già indica cosa occorre per fare una gara di questo tipo: muscoli. La gara muscolare non si sceglie; viene imposta dagli avvenimenti. Vi sono molte possibilità che una gara diventi muscolare anche se le premesse mostrerebbero il contrario. Per esempio se il vento cambia improvvisamente e si è costretti a cambiare pendio dopo lunga camminata. Oppure se in prova si sono distrutti i modelli da calma e senza un alito di vento, si è costretti a lanciare quelli da vento, o altri mille inconvenienti. Normalmente si svolge su pendii durissimi per la loro ripidità, con la presenza di pioggia, vento e freddo. Come degenerazione si arriva alla grandine o la neve accompagnate da fango e nebbia. E’ costante la presenza di boschi ad alto fusto. Può accadere, ma è caso raro anche se peggiore, che anziché pioggia vi sia il sole, ma allora accompagnato da una temperatura allucinante, campi di mais al culmine della maturazione, e mancanza di bevande fresche. La costante delle gare muscolari è la fatica. In queste gare non si programma nulla. Il lancio avviene alla “o la va’ o la spacca”, e non si resta sul pendio che per i pochi istanti del lancio. Tutto il resto del tempo trascorre alla ricerca e al recupero. La fine della gara normalmente è attesa come una liberazione, anche se normalmente c’è una coda di scalate di alberi secolari e scarpinate disumane. Non esiste nelle gare muscolari, il rientro a casa prima della notte inoltrata, quando non si passa al giorno successivo.
Per la seconda gara dell’anno non sono solo organizzato; sono anche preparatissimo. Modelli provati, centrati al meglio ed in perfetto stato. Il tempo è ancora bello, ma oramai è giugno. Con molta calma montiamo la tenda, esploriamo il campo di gara, portiamo armi e bagagli sul posto. Si inizia il pomeriggio del sabato, si chiuderà domenica mattina. La gara è difficile perché il pendio è difficile, ma non sbaglio niente. Dopo tre lanci siamo rimasti in cinque a punteggio pieno. Alla domenica mattina il vento è variato di qualche grado e indebolito. Me ne accorgo e correggo la direzione del modello. Mossa azzeccata, perché dopo il quinto lancio siamo in tre a punteggio pieno.
Allo spareggio ci guardiamo in cagnesco. E’ logico. Chi per primo perde il sangue freddo e lancia normalmente è perduto. Aspetto con fare indifferente, poi fingo di effettuare una sistemazione sulla fusoliera. Gli altri partono in sequenza Aspetto una ventina di secondi e mi muovo anch’io. La direzione me l’hanno indicata loro. Siccome non sto nella pelle inseguo il modello in volo. Atterra dopo più di tre minuti. Mi guardo intorno ma anche gli altri sono atterrati, Chi avrà vinto? Non ho la radio con me. Con tutta la voce che ho in gola urlo verso il pendio per sapere da M. com’è andata. Nessuna risposta. Di nuovo con più fiato ancora se possibile. Nessuna risposta. Eppure non sono lontani, possibile che nessuno mi senta? Insisto inutilmente. Anzi, se ne vanno tutti, sicché quando io rientro al punto dello spareggio non c’è più nessuno. Dirigo verso la base senza sapere ancora come è andata. Ma anche lì non c’è più nessuno. Lo spareggio è iniziato mezz’ora dopo la fine della gara, perciò chi non era interessato ha fatto i bagagli ed è già all’albergo.
Quando finalmente trovo M. alla macchina sono sconvolto dall’ansia di sapere il risultato e dalla fatica per la corsa per rientrare. M. sentiva benissimo le mie urla, ma con sadismo mi ha lasciato macerare nel dubbio. Lo perdono solo perché ho vinto. Ora mi sento un gigante. Ho voglia di cacciare un urlo e rotolarmi sul prato, ma mi trattengo perché mi reputo una persona equilibrata. E’ meglio.
Si torna a casa carichi di trofei per una vittoria di squadra che dà entusiasmo. C’è gloria un po' per tutti. Chi non ha ricevuto una coppa individuale, l’ha ottenuta a squadre. La fatica c’è stata, tanta, la gara è stata di quelle da indurire le gambe per una settimana, ma la gioia del risultato copre tutto. L’euforia dura mesi. Penso di essere inavvicinabile da qualunque aeromodellista.
Quando affronto la terza prova, imposto una gara tattica. Tengo d’occhio i tre con i quali reputo di dover fare i conti per vincere il campionato. La gara scorre insulsa, piena di errori per tutti. Dopo il quarto lancio intuisco che nessuno trarrà beneficio da questo risultato, ci siamo guardati troppo e abbiamo sbagliato tutti, fedeli alla regola che è più facile imitare uno sbaglio che un bel lancio. So di essere davanti ai tre nella classifica finale di campionato, tenendo conto dei primi due risultati. Non oso sperarci, così dopo un infamante quinto lancio mi avvento al tavolo della giuria a fare i conteggi. E’ vero, sono davanti a tutti e tre....ma sono superato dal quarto possibile avversario, che non avevo preso in considerazione per la sua giovane età e perché il distacco mi sembrava eccessivo. Ho gettato al vento un risultato clamoroso per paura di osare. Chiudo comunque con un’annata bellissima, forse irripetibile. Chissà se ritroverò lo stesso tempo libero di cui ho beneficiato per quest’anno, in un prossimo futuro. Chissà se riuscirò a riavere dei modelli così ben azzeccati per progettazione, centraggio, affidabilità. Riprovarci è comunque parte del gioco.
Tutte queste considerazioni portano comunque allo stesso risultato di anni fa. Le gare restano eventi da vivere fino in fondo. Tutte. Qualche volta tutto fila liscio e si arriva perfino a prendere la tintarella, altre volte si vive nell’affanno e nella fatica. E nonostante l’esperienza, maturata in un numero di gare oramai invidiabile, comprese lunghe trasferte all’estero, rimane quella componente di incognita-incoscenza-fanciullaggine-follia, che non mi lascia e non mi permette di piantarla.

INFINE: CONTINUO CON L'F1E!

Sono passati più di tre lustri da quando, titubante, ho lasciato andare dalla mano il mio primo modello, tutto solo, da un pendio per una gara ufficiale di campionato italiano. Ora sono divenuto V. V.: Vecchia Volpe. Ci sono voluti anni per entrare a far parte del club delle Vecchie Volpi. E’ un élite molto ristretta, riservata solo ai roveretani, e solo a coloro che possono vantare un curriculum mooolto lungo. Ci vogliono almeno 50 gare di campionato italiano F1E, e 10 internazionali. Attualmente in attività vi sono pochi individui appartenenti alla famiglia delle Vecchie Volpi.
L’attività però è presa “sotto gamba”. Alle gare parto con il cassone chiuso dall’anno precedente, quindi mi ritrovo sul campo con rotture che ho scordato di riparare o simili amenità (che tali sono solo col senno di poi perché sul posto sono incazzature micidiali). Oppure non ricordo assolutamente se il modello derapava a destra o sinistra. Allora cala l’entusiasmo per la gara e cominciano i dubbi sull’opportunità di continuare una simile attività. Che aumentano in particolare dopo una gara molto deludente. Ma rimane il fortissimo richiamo della giornata “diversa”. Un lasso di tempo nel quale ogni pensiero e preoccupazione è accantonato, dimenticato. Al termine tutto ritorna alla mente ma con un’ottica diversa da prima; tutto è preso con filosofia, ricondotto entro margini di sopportazione che rende la vita più serena. E poi le esperienze di realtà sconosciute e a volte sconcertanti come quelle dell’estero con la vita di cittadine che altrimenti mai verrebbero viste, o di paesaggi naturali indescrivibili.
Si sa che la prima gara non si scorda mai, ma la cinquantesima mi è proprio passata sotto gli occhi senza che me ne rendessi conto. Solo a distanza di tempo mi accorgo che l’ho già disputata. Probabilmente senza infamia e senza lode. Anzi: sicuramente senza lode e con infamia, tanto che non ho il coraggio di fare un conto preciso per capire quando e dove si è svolta. Sarà forse stata quella gara in cui su cinque lanci ho centrato quattro alberi? Con seguito di scalate al limite dell’estremo. O forse quella dove non riuscivo più a risalire il pendio per la fatica e le gambe indurite già dal terzo lancio? O quella dove M. ha perduto un aereo all’ultimo lancio e abbiamo passato quattro ore nel bosco prima di trovarlo su un faggio di 50 metri che abbiamo chiodato e scalato il mattino seguente? Ma mi piace pensare che possa essere stata quella gara che si è conclusa in modo convulso fra acqua e sole con uno splendido arcobaleno incorniciato dalle montagne illuminate sullo sfondo. O quando la squadra di Rovereto era composta di dodici elementi scatenati e nelle trasferte si doveva temere il sacco nel letto ma si ottenevano risultati straordinari e tanto divertimento. Oppure quella dove cercavo disperatamente il modello ed un fanciullo slovacco di cinque anni o giù di lì, mi ha condotto sul posto e gli ho regalato una stecca di cioccolato rendendolo felice a correre gridando verso la mamma. Esperienze che ripagano una giornata di gara, nel bene e nel male.
Come l’esperienza a Rana in Repubblica Ceka. Non era la prima gara all’estero, ma all’estero c’è sempre una certa emozione ad andarci. Avevamo preparatola la trasferta con cura, avvertendo con ben tre fax gli organizzatori. Eravamo in sei agguerritissimi concorrenti ed avevamo noleggiato un pulmino. Una capillare organizzazione fatta di una montagna di telefonate fra di noi, ci porta a partire con una puntualità svizzera, armati di cassoni, attrezzi, viveri e bevande. E’ estate, fa caldo anche in Europa centrale. Fino alla frontiera tedesca tutto fila perfettamente. Poi ci rendiamo conto che il furgone su cui viaggiamo frena solo con il fondo delle pastiglie. Ad ogni frenata si sente uno sfregolio sinistro di lamiere che stridono, e la macchina entra in vibrazione. Ma noi siamo dei coraggiosi e ci presentiamo alla frontiera Ceka con un’ora abbondante di anticipo sull’orario preventivato. Per accorgerci che M. è senza passaporto.
Iniziano le trattative con le arcigne guardie di frontiera ceke. Che naturalmente non cedono di un millimetro. “Zurik” ci dicono, che tradotto significa “a casa”. Ma gli italiani non mollano mai in questi casi. Così, visto che corrompere direttamente un militare è rischioso, ci siamo rivolti ad un funzionario dell’ufficio turismo, il quale ha cominciato a cercare al telefono l’organizzatore della gara. Scopriamo che l’organizzatore della gara ha cambiato numero di telefono e fax da mesi. Che significa che noi non siamo neppure iscritti alla gara. Quando finalmente lo rintracciamo sono passate sei ore e comincia a fare buio. Abbiamo sostato sotto il sole cocente del piazzale della dogana Ceka per un tempo interminabile, e garantisco che lo spettacolo dal punto di vista paesaggistico ambientale o culturale è sotto lo zero. Con la nostra organizzazione al completo sbando arriviamo a Louny dove gli organizzatori ci aspettano in strada da un’ora. La festa che ci riservano ci ripaga della sudata sull’asfalto patita.
Un collinone a forma di cono in mezzo ad una pianura. Tempo splendido, temperatura calda, visibilità ottima. Davanti a noi un aeroporto per turismo, con una serie di trainatori ed un numero enorme di alianti. Più a monte una gara di aeromodelli F3F, che in Italia non si vede più da anni. A fianco un’esercitazione di parapendio. Sopra una linea aerea traccia righe regolari nel cielo. E’ uno spettacolo di voli come non ne avevo mai visti, in una cornice paesistica splendida di pianura coltivata a perdita d’occhio con qualche piccola frazione abitata in lontananza. Sullo sfondo, sbiadita dalla distanza coi contorni tremolanti, una visione quasi surreale di una centrale nucleare con le grandi ciminiere fumanti.
Le gare incombono. Il mio modello si rifiuta di governare e rientra sul pendio dopo un minuto. Comincio un calvario. Fra il primo e secondo lancio provo e riprovo. Credo di aver trovato il motivo del non funzionamento e parto per il secondo lancio. Stessa sorte: governa per una trentina di secondi poi non più. E atterra su di un rovo di spini. Naturalmente l’unico nel raggio di 50 Km. Concludo la gara con un modello da vento medio in assenza di vento. Arrivo ultimo anche a squadre facendo alterare i miei compagni. Ma voglio vendicarmi il giorno dopo. Prima della nuova gara provo mille volte. Ma c’è più vento, e il modello da aria calma non ha più senso. Quando lancio il vento è di traverso e sono costretto ad una galoppata notevole. Finisco la gara senza pieni e con un grande errore solo al terzo lancio, ma sono ugualmente ultimo. Anche a squadre. Porto a casa quattro ultimi posti in due giorni di gare, una prestazione difficilmente eguagliabile. In compenso i miei compagni di squadra sono incazzati come api e giurano: “mai più insieme”.
All’estero non sono sempre rose e fiori. In Polonia a settembre si può trovare tranquillamente il termometro sottozero o fare la gara in maniche corte. Il problema è che se si deve presenziare immobili alla cerimonia di apertura, che all’est è sempre molto sentita, in giacca estiva e camicia con il termometro a -5, la situazione non è allegra. Così è capitato infatti, perciò il giorno seguente alla gara mi sono presentato con piumino, maglione, camicia di flanella, canottiera di lana, sciarpa e berretto. C’erano 20 gradi. Mi sono tolto tutto, ma alla fine della gara ho perso 2 chili. Ma nonostante tutto il ricordo è sempre bellissimo. Ed è questo che caratterizza le gare in genere: il ricordo difficilmente è brutto. Anche quelle pochissime volte che si litiga con la giuria come è accaduto in Romania dove sono volati insulti pesantissimi fra i rumeni e le squadre tedesca e svizzera. Noi naturalmente, per l’anima latina che ci contraddistingue, abbiamo appoggiato i rumeni. I tedeschi sono i nostri “acerrimi amici”; infatti non è importante piazzarsi bene se non si sono superati i tedeschi. Eppure si fraternizza sempre molto soprattutto dopo le gare davanti ad un boccale di birra. Dopo aver concluso la gara comunque anche noi abbiamo dato le nostre rimostranze verso la giuria, senza che gli alemanni ci vedessero.
Domani è un altro giorno. Quante gare ancora mi aspettano? Ogni fine stagione richiudo il cassone pensando di appendere i modelli al classico chiodo. Ed iniziano i pensieri più profondi: ma le riproduzioni statiche non sarebbero un bel passatempo? Anche gli elicotteri in fondo, ci vuole allenamento ma possono partire ed atterrare a pochissima distanza. Neanche la fatica di posizionarli sulla pista e riprenderli in fondo alla stessa dopo l’atterraggio. E il navimodellismo? E l’automodellismo? E passare le domeniche con un bel libro?
Ma ecco che a dicembre inoltrato riemerge il ricordo di gare lontane. Giorni di gloria o giorni di fatica, momenti di felicità o pensieri disperati. Tutto contribuisce a ritornare come un automa verso il laboratorio e a consultare le riviste per controllare il calendario dell’anno a venire.

tommix





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